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GRAND PRINCESS

 

 

Higher and higher every day, till over the mast at noon.
(S.T. Coleridge, Rime of the ancient mariner, I, 29-30)

La Grand Princess resterà nella storia della navigazione come l’emblema della sfida dell’ingegneria navale al cambiamento epocale del terzo millennio.
Lunga quanto tre campi da calcio allineati, alta come un palazzo di quindici piani, sostenuta da una struttura in acciaio che pesa quanto tre Torri Eiffel: un progetto innovativo, un prodotto industriale di alta tecnologia, eccezionale per dimensioni e complessità.
Una nave, insomma, che testimonia su tutti i mari del mondo le capacità dell’industria italiana.



Un’impresa titanica è servita per realizzare la nave da crociera più grande del mondo (nel 1997, anno del varo), una precisione certosina per la sua riproduzione in scala 1:48.
Carlo Bardelli ed i suoi collaboratori hanno lavorato per sette lunghi mesi per costruire una "mini" Grand Princess lunga 6,2 metri e dal peso di circa 380 kg.

Ogni elemento del modello è stato realizzato interamente nel laboratorio Bardelli, nulla di ciò che ci stupisce guardando la Grand Princess era preconfezionato. Estro creativo e perizia tecnica, coniugate in un binomio formidabile ed inscindibile, hanno condotto alla realizzazione del modello navale più grande al mondo, che ha trovato la sua degna collocazione al National Maritime Museum di Greenwich.

Carlo è all’opera con passione, come ogni giorno da anni, nel suo laboratorio di Vittuone. All’improvviso il telefono interrompe il suo lavoro...è la Fincantieri, la più importante industria navale italiana, che ha progettato, costruito e messo in acqua, gran parte della flotta mondiale delle navi da crociera.
La richiesta avanzata a Carlo ha il fascino incantatore della grande sfida: realizzare il modello navale più grande e complesso del mondo, da esporre nel National Maritime Museum di Londra, il “Sancta Santorum” di tutti gli appassionati della marineria. Più di tre milioni di persone, provenienti da tutto il mondo, visitano ogni anno il Museo.

 


La catena che ha portato alla realizzazione del modello della Grand Princess parte da un’iniziativa di una delle più antiche compagnie navali inglesi la P&O. Questa società, proprietaria della Grand Princess e di altre lussuose navi da crociera, ha stanziato al National Maritime Museum circa 6 milioni di sterline, da destinare per il 50 per cento a tutto il museo e per l’altro 50 per cento alla costruzione di una nuovissima ed avveniristica galleria, nelle cui sale, la P&O otterrà un posto d’onore.

Tutta la secolare storia della P&O è ora qui riassunta in una speciale vetrina blindata lunga 20 metri che, con atmosfera interna controllata, contiene cinque modelli: il veliero ‘Antonio Lopez’, la nave a propulsione mista vela-vapore ‘Rawlpindi’, la prima con lo scafo interamente in ferro ‘Strathmore’, la sua ulteriore evoluzione ‘Uganda’, e l’ultima nata in casa P&O, la nave da crociera più grande al mondo: la Grand Princess.
I quattro modelli esistenti, realizzati nel corso degli anni, sono tutti in scala 1:48: ecco perché questa proporzione è stata imposta anche per la riproduzione della Grand Princess, fiore all’occhiello della compagnia. Ciò significava realizzare un modello lungo 6 m25 , largo 1m04, e alto (dalla chiglia alla testa d’albero) 1m37.

Percorrendo oggi la “Passenger Gallery” del museo londinese dedicata alla P&O, risulta subito evidente l’imponenza di questo ultimo modello rispetto ai precedenti.

La sagoma della Grand Princess comincia ad intravedersi a metà della galleria, si scopre pian piano dietro una semicurva...e subito attrae magneticamente lo sguardo avido del visitatore.
Come ben si è capito, la costruzione e la “riuscita” del modello rivestiva un’importanza vitale per la compagnia armatrice, per i dirigenti del museo, per Fincantieri.…. e Carlo era investito dell’immane responsabilità di non deludere le aspettative di tutte le parti in causa.
Prima di accettare l’incarico, il modellista vittuonese ha compiuto vari sopralluoghi nel bacino di Trieste dove la Grand Princess stava per essere completata per “sentire” quell’oggetto che avrebbe dovuto interpretare, ha colloquiato a lungo con i responsabili del museo londinese, con i progettisti e gli architetti di Fincantieri, ha ponderato e soppesato gli oneri ed i possibili imprevisti che si profilavano all’orizzonte... il fascino della sfida, che lo avrebbe portato al di là di ogni progetto mai realizzato nel suo laboratorio, lo stava conquistando sull’imponderabile pessimismo che la ragione proponeva ha prevalso l’ottimismo della volontà!

E’ cominciata così, con una telefonata inattesa e tanti dubbi, l’impresa della Grand Princess in miniatura.
Nessun particolare della nave originale è sfuggito al modellista, che ha dovuto far fronte a problemi costruttivi di non facile soluzione.

La sfida infatti, lo porterà oltre i confini delle sue esperienze passate, seppure complesse e numerose (si tratta di centinaia di modelli realizzati!). Non ci si può permettere di affrontare l’impresa impreparati!
Le dimensioni e la complessità del progetto richiedono innanzitutto un’attenta programmazione di ogni passo del lavoro.

In primo luogo, si esaminano i disegni e i progetti originali della Grand Princess, si determinano le dimensioni e si pianifica l’ordine cronologico delle fasi di lavorazione. Nel laboratorio di Carlo dove tutti ormai, sono “caricati e concentrati”, si srotolano i piani generali, si tagliano i fogli di plastica, si ordina il materiale occorrente…. si comincia così a costruire.
Date le dimensioni inusuali della Grand Princess è impensabile assemblarla e poi spostarla. Sarà necessario, dunque, compiere tutte le operazioni già su un supporto mobile che sarà utilizzato per tutte le fasi fino al trasferimento nel Museo. Per questo motivo, una volta risolti i problemi della riduzione in scala e determinata la sequenza delle procedure operative, con occhio lungimirante, si pensa alla realizzazione dello “scalo” che in questo particolare caso sarà un apposito carrello in ferro su cui verrà assemblato e spostato il modello.
In fase di progettazione si comincia a pensare anche a rendere il più possibile reali le finiture e le decorazioni. Per proporzionare ogni dettaglio a misura d’uomo, viene assoldato Aldo: è un omino alto 37.5 mm. che in scala 1:48 corrisponde ad una persona alta circa 1m80, e servirà da punto di riferimento, ad esempio, per determinare l’altezza di quei particolari secondari di cui non si dispone di alcun disegno (ad esempio mobili e suppellettili).
Le proporzioni tra l’uomo e gli elementi architettonici e decorativi risultano da una serie impressionante di fotografie scattate da Carlo durante i sopralluoghi a bordo della Grand Princess.
Tutti i particolari, le idee sviluppate man mano che si procede con la costruzione, gli stati di avanzamento, i problemi….vengono discussi con i progettisti FINCANTIERI ed i responsabili del Museo, durante riunioni tenute rigorosamente ogni mese presso il laboratorio di Vittuone che diventa cosi’ parallelamente al golfo di Trieste dove la “grande” nave sta effettuando le prove in mare, il centro del mondo per quanto riguarda la “piccola” nave.

 

 

La creazione di questo gioiello del modellismo navale e non solo, inizia dall’ossatura della nave: lo scafo. E’ facile intuire l’importanza di questa fase del lavoro: sullo scheletro poggeranno poi tutte le sovrastrutture e le rifiniture. Il peso del modello finito è previsto intorno ai 400-450 kg e dovrà sopportare un viaggio di centinaia di chilometri in camion per il suo trasferimento al Museo londinese.
Per realizzarlo e renderlo resistente vengono impiegate le stesse procedure che si attuano nei cantieri navali
Prima di tutto si predispone la chiglia, cioè la “spina dorsale” della nave; poi le ordinate, realizzate con compensato da 20mm e collegate, tra loro, da controventature per irrobustire la struttura.
Ogni segmento dello scafo è una piccola scultura lignea a sé stante, studiata nei dettagli, levigata e sagomata, che si incastra a perfezione nel complicato mosaico dell’ossatura. Più applicazioni di resina epossidica e tessuto di fibra di carbonio da 2 mm rende ancora più resistente lo scafo.

Dal gioco ad incastro risulta uno scafo dalle linee filanti, sinuose ed inedite.
Già alla fine di questa prima fase è evidente che la Grand Princess è una vera e propria “regina” del mare, che avrà un incedere maestoso e leggero proprio grazie al suo “guscio” sagomato e pronto ad insinuarsi tra le onde, lasciando dietro di sé una schiumosa scia d’ammirazione.
Questo guscio, sapientemente lavorato e smussato da ogni asperità, suggerisce l’enormità delle superfici interne ed esterne di questa città navigante, che può ospitare più di 3800 persone.
Una citazione di merito va senza dubbio al “cassetto” realizzato a poppa, già predisposto per l’inserimento del modulo in plastica che riproduce il ponte ormeggi: un vero e proprio cammeo che completerà la struttura dello scafo.
Molti piccoli accorgimenti e un’attenzione instancabile sono stati necessari anche per la verniciatura dell’enorme scafo. Tre fasce di colore nettamente distinte, rosso mattone per l’opera viva (quella a contatto con l’acqua del mare), verde per la linea di galleggiamento e bianco per l’opera morta, sono state realizzate senza sbavature applicando fogli di giornale a mascheratura delle parti da escludere.
Una prova di pazienza degna del biblico Giobbe è la realizzazione delle circa 350 finestrature presenti sullo scafo: disegnate con precisione millimetrica, forate, intagliate, completate con minuscoli vetri in plexiglas opalino e serramenti in alluminio adesivo.
Come in un complesso e sapiente gioco di ombre cinesi, da alcuni finestrini si possono “spiare” gustose scene della tipica vita di bordo, persone colte in atteggiamenti naturalissimi, come asciugarsi dopo la doccia, bere un cocktail e persino un velato strip-tease.
La Grand Princess comincia così anche ad animarsi!

 


La realizzazione delle sovrastrutture si svolge in parallelo a quella dello scafo per i componenti che possono essere predisposti indipendentemente dal lavoro di costruzione della nave.

I componenti dell’équipe di Carlo lavorano fianco a fianco su parti diverse del modello, ma con l’affiatamento e la concentrazione che solo chi lavora con un unico ideale può provare.
L’alberetto di maestra con antenne, luci di navigazione, radar e sensori, le eliche, gli argani ed i timoni, tutti perfettamente in scala rispetto agli originali... e proporzionati alle dimensioni grazie non solo ai disegni di cantiere ma anche all’immancabile Aldo!
In contemporanea al completamento dello scafo viene realizzato il fumaiolo, cioè l’insieme di tutti quei condotti che portano all’esterno i fumi prodotti dalle macchine per il condizionamento, dalle cucine, dai generatori di energia e dai motori di propulsione. Si tratta di una vera e propria scultura, che richiede uno studio ed una realizzazione più che oculata.
L’intricatissimo groviglio dei 22 tubi è ricostruito in plastica ABS: i condotti sono piegati e curvati come quelli veri e, infine, ingabbiati in modo che alla fine se ne vedano solo le estremità terminali.
I tubi vengono incollati e avvitati per garantirne la stabilità durante il trasporto.
La gabbia che li seminasconde è formata da archi paralleli ed ellissi di ampiezza decrescente, che formano un reticolato ad effetto vedo-non vedo. Una volta terminata la gabbia, niente può più essere toccato o spostato al suo interno senza compromettere l’intero lavoro.
Nessun particolare, sebbene nascosto, viene tralasciato: porte, estintori, macchinari sono stati realizzati identici agli originali, lavorando semplici pezzi di plastica, sagomandoli, tagliandoli e verniciandoli.
E’ ora la volta della prua e della poppa. Le strutture longilinee che partono a prua con ellissi concentriche, ideate sulla base dei più avanzati teoremi dell’ingegneria navale, salgono a scala, assorbono quasi completamente la ciminiera e terminano a poppa, con un gigantesco alettone, che ospita una discoteca sospesa (nella realtà) a 54 metri dal livello del mare.
Gli involucri esterni realizzati in plastica e vetroresina sono già predisposti per ospitare gli elementi architettonici e gli arredi che andranno a comporre i vari ambienti abitativi.

 


Tutti gli spazi abitativi e ricreativi, interni ed open space, vengono riprodotti nel modello con precisione e cura maniacale fin nei minimi dettagli.
Ogni elemento dell’arredo viene realizzato in quantità impressionanti: 800 tavoli, 800 sdraio, 2400 sedie, 150 lampioncini da disseminare lungo le passeggiate dei vari ponti, ed altre centinaia di particolari tra poltrone, fioriere, letti, sculture, vasi, accessori da bar come tazzine e bottiglie.
Tutti vengono realizzati assemblando minuscoli profili e sottili fogli di plastica o attraverso stampi autocostruiti.

1300 cabine, 3 ristoranti, 5 piscine, la discoteca nello spoiler, teatri, casinò e 5 bar vengono inseriti nel “guscio” in plastica, legno e plexiglas già predisposto.
Tutti gli spazi sono arredati in modo completo e verosimile, così da rendere vivibile questa città navigante per 2600 passeggeri e 1200 membri dell’equipaggio.
Completano il set di accessori 22 motoscialuppe tutte autocostruite, lunghe 28 cm, attrezzate di tutto punto, con tanto di salvagenti e relative gru di alaggio.
Vengono inseriti in questi ambienti sontuosi ed eleganti oltre 300 passeggeri in miniatura, colti e riprodotti in atteggiamenti naturali e vivi.

Così troviamo croceriste sedute che si ritoccano il make-up allo specchio, abili tuffatori che si lanciano nelle piscine dei vari ponti, uomini seduti al bar per l’aperitivo, sportivi diretti al campo da tennis.
Tutte le figure e le “macchiette” umane che popolano la nave vengono dipinte nel laboratorio Bardelli, dove, con esperienza ed ironia, vengono adattati i pochi stereotipi disponibili sul mercato, alla necessità di rendere il più possibile vivente, spontaneo e completo il modello della Grand Princess.
Gli interni raccolti e intimi, gli spazi ricreativi lussuosi e completi di ogni particolare, restituiscono a questa nave da crociera le atmosfere confortevoli, raffinate e vacanziere dell’epoca d’oro delle traversate oceaniche.

Colpisce molto, guardando Carlo ed i suoi collaboratori al lavoro, la capacità di realizzare i vari accessori utilizzando i più svariati materiali, una lastra di plastica o piccoli oggetti di uso quotidiano.
L’ultima fatica è stata l’esecuzione del “crest” di prora, surrogato delle antiche polene dei velieri, dipinto a mano sullo scafo ormai finito e le due bandiere C e B che a mo’ di firma sono state issate sull’albero maestro.
Contestualmente alla costruzione delle sovrastrutture, vengono effettuate anche le prove tecniche per definire l’illuminazione degli spazi interni.

I dirigenti del Museo londinese suggerivano caldamente l’utilizzo di un sistema a fibre ottiche per illuminare la Grand Princess.
Dopo vari test, invece, Carlo ha deciso che si poteva ottenere un risultato molto migliore con tre lampade a basso consumo da 220 V, verniciando gli interni di bianco e installando degli schermi deflettori che portavano la luce fin negli angoli più reconditi dello scafo.
Proprio grazie a questo tipo di illuminazione risultano visibili e soprattutto più reali, i giochi di luce e ombre cinesi che animano gli interni.
Nella discoteca, invece, è stata installata una scheda elettronica psichedelica che accende e spegne 15 lampadine colorate a ritmo di “disco dance”.
Si è potuto così creare un gradevole e suggestivo effetto notturno.

 

 

Il viaggio inaugurale della Grand Princess ha seguito la stessa rotta oceanica dell’ormai leggendario Titanic...(Southampton – New York), la versione ridotta, invece, è stata trasferita con i guanti bianchi da Vittuone a Londra (via autostrada).
Il 18 Marzo 1999 arriva il gran giorno... la baby Grand Princess deve partire per la sua dimora definitiva. La preparazione dell’imballo richiede l’intervento di un falegname, che ingabbia il gioiellino di casa Bardelli in una struttura di legno e la ricopre di cellofan quasi fosse un pudico velo.
Soddisfatti per il lavoro svolto, per i complimenti e l’ammirazione di chi ha potuto visitare il laboratorio in quegli ultimi giorni di lavoro e finalmente sollevati da una tensione ormai insopportabile, i modellisti si preparano a salutarla.

Via Trieste viene chiusa al traffico, sempre grazie al carrello su cui è stata assemblata, la Grand Princess viene sollevata a braccia da 10 baldi “giovani” e caricata con cura sul camion che la porterà a Londra.
L’applauso della gente di via Trieste dov’è parcheggiato il TIR, saluta la Principessa dei modelli che se ne va per sempre.

 

 

E al momento dell’addio l’emozione gioca brutti scherzi.….dopo quasi sette mesi di sabati e domeniche di lavoro, di notti insonni, di panini e torte al cioccolato per “tirarsi un po’ su”, qualcuno entrando nel laboratorio ormai vuoto, ha visto Carlo furtivamente versare una lacrima….
“Dio salvi la Regina”... e la Grand Princess!

Gli addetti ai lavori e la stampa britannica hanno dimostrato un vivo entusiasmo per l’arrivo della Grand Princess , alla quale hanno dedicato pagine e pagine di articoli e servizi fotografici, andando a cogliere soprattutto i particolari più curiosi del modello.
Del resto, si sa, la flotta marittima è sempre stata l’orgoglio della corona, fin dai tempi di quel furbacchione di Francis Drake!
Per l’inaugurazione in pompa magna della galleria P&O erano presenti, mobilitandosi in blocco, i massimi dirigenti delle società coinvolte nell’evento (P&O, FINCANTIERI, National Maritime Museum ) e la crème de la crème della nobiltà britannica.
Carlo Bardelli ha presentato la sua “creatura” al debutto in società al cospetto di Sua Maestà Elisabetta II, intervenuta alla cerimonia in compagnia del marito Principe Filippo e del figlio Andrea Duca di York.

L’interesse di casa Windsor è apparso più che sincero dalle domande che hanno posto al modellista e dalla curiosa ammirazione per i particolari del minuzioso lavoro.
Culmine della soddisfazione per Carlo è stato quando Andrea Duca di York alla fine di un discorso di ringraziamento, stringendogli la mano ha esclamato: ”well done…Carlo!!”

 

 

E’ finita così, tra gli onori della cronaca, della mondanità ed i flash dei fotografi, un’avventura cominciata in un seminascosto laboratorio vittuonese: un’esperienza ai confini della favola, fatta di sacrifici, caratterizzata e sostenuta da una grande fiducia nel proprio lavoro, nella consapevolezza dei propri limiti, dalla reale fatica di inventare e creare ogni giorno, un particolare nuovo per arrivare, un domani, a comporre un’opera di valore mondiale, un’opera che conferma ancora una volta in più l’eccellenza della creatività italiana.

 

 

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