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BRAGOZZO

 

 

Voglio dedicare un po’ di storia a questo modello, non per raccontare la sua costruzione, che ho realizzato seguendo passo-passo la tecnica degli squeri, cioè piegando il legno con l’acqua e il fuoco e calafatando lo scafo con pece nera; non per raccontare che questo è il mio primo modello navale e per me è come la famosa Numero Uno per Paperon de Paperoni, ma semplicemente per raccontare la storia di questa imbarcazione che oltre ad aver cresciuto generazioni di pescatori è famosa anche per aver “dato un passaggio” a Garibaldi e Anita fuggitivi nel delta del Po.

Molto pittoresco per le sue decorazioni a prua, sulle impavesate e per le vele variopinte, il Bragozzo fu l'imbarcazione da pesca più diffusa fra il 1800 e il1950, impiegata sia lungo la costa sia al largo. Le sue origini sono molto remote: la zona di provenienza si può circoscrivere a Chioggia, da dove poi si è diffusa lungo la costa veneta e in tutto l'Adriatico.
Lo scafo raggiunse lunghezze superiori ai dodici metri, mantenendo sempre il rapporto lunghezza/larghezza pari a quattro, mentre il numero dei membri dell'equipaggio variava da tre ad un massimo di cinque uomini.
 I bragozzi furono esclusivamente impiegati per la pesca; raramente furono utilizzati per il trasporto di merci o persone.
Queste barche operavano generalmente in coppia: procedevano parallelamente trascinando la grande rete a strascico "calata" a poppa tra le due imbarcazioni.
Oppure pescavano da soli trainando la rete utilizzando due aste divergenti, una a prua e l'altra a poppa, denominate spontèri.
Nella pesca con gli sponteri la barca scarrocciava lateralmente in modo da tenere bene aperta la rete.
Un altro sistema per pescare da soli era utilizzando i divergenti.

Lo scafo a fondo piatto e quindi adatto per i bassi fondali, era caratterizzato da forme rotondeggianti, con prua alta e rigonfia, mentre la poppa era tozza e rientrante. Munito di ampi boccaporti, il bragozzo, era armato con uno o due alberi muniti di vele al terzo.
Se non superava i 9 metri di lunghezza montava, normalmente, un solo albero; per misure maggiori, gli alberi diventavano due: quello di trinchetto, a prua, molto inclinato in avanti, e quello di maestra, a poppa, quasi ortogonale all'imbarcazione.
Gli alberi erano tenuti in posizione con sartie costituite da paranchi molto spesso volanti. Le vele erano al terzo, colorate per lo più in ocra gialla e rosso mattone, con disegni decorativi spesso a carattere religioso. Raramente il bragozzo era munito di fiocco: in questo caso lo spontero di prua era impiegato come bompresso.
In testa d’albero erano posti dei segnavento che ogni famiglia di pescatori custodiva gelosamente; erano chiamati peneli nel Veneto e cimarole in Istria. Oltre a svolgere la funzione di banderuole segnavento, raccontavano mediante simboli la passione di Gesù, la storia della famiglia o quella del Patrono della città di provenienza.

Il metodo costruttivo degli scafi a fondo piatto risulta pressoché identico per i diversi tipi di barche. Queste imbarcazioni erano costruite negli squeri senza l'impiego di piani di costruzione, ma utilizzando sagome (frutto di esperienze secolari) dette sesti, che variavano secondo le dimensioni e il tipo di imbarcazione. Ogni squero si distingueva, pur impiegando lo stesso sistema di costruzione degli altri, per la particolare caratteristica che riusciva a dare allo scafo.
L'ordinazione era commissionata dal paron al maestro d'ascia, con la precisazione del tipo e della lunghezza: ad esempio un bragozzo da 12 metri. Il maestro d’ascia teneva nello squero i sesti relativi a questa barca. Era un segreto del maestro d'ascia quello di riuscire a costruire uno scafo robusto, dalle giuste proporzioni e che rispondesse bene in mare.
L'ultima operazione era quella della calafatura. Con essa, tutte le minime fessure tra i corsi del fasciame e della coperta venivano sigillate con stoppa catramata, utilizzando gli appositi ferri da calafato e battuta da un martello di legno detto magio. Terminata quest'operazione si copriva tutto lo scafo con la caratteristica pece nera detta pegola.

Molto appariscente era il grande timone, saldamente fissato a poppa mediante femminelle e lunghi agugliotti di ferro, che ne consentivano lo scorrimento nel senso verticale.
Il timone, molto largo di spalla nella parte immersa, scendeva abbondantemente oltre il fondo piatto dello scafo, risultando pertanto scomodo sui bassi fondali. Occorreva perciò sollevarlo mantenendone la funzionalità, mediante un apposito paranco denominato senale.
Dato che doveva sopportare notevoli sforzi il timone era molto robusto e munito di molti rinforzi trasversali in ferro. Bisogna ricordare, infatti, che, sulle imbarcazioni a fondo piatto, il timone dava stabilità alla barca e, quindi, era soggetto a sollecitazioni molto forti specialmente in caso di maltempo. A bordo di queste barche, la rottura del timone era l'inconveniente più frequente e pericoloso. Senza di esso infatti, la barca priva di chiglia, era in balia del mare e del vento.

Le vele impiegate sui bragozzi sono quelle al terzo che possono essere considerate come il passaggio dalle vele quadre e latine alla vela assiale in uso oggi sulle barche moderne.
Le vele venivano dipinte e adornate con disegni di vario genere e di diversa ispirazione (religiosa, marinara, astronomica), si impiegavano colori facilmente reperibili come l'ocra, il rosso mattone, il nero, il marrone, raramente il blu o il verde.
La caratteristica colorazione delle vele veniva effettuata con la tereta, che, sciolta in acqua di mare, veniva applicata con una spugna. Una volta dipinta ed asciugata, la vela veniva immersa in mare per eliminare le eccedenze di colore e fissarlo. La pittura aveva inizialmente la funzione di dare maggiore durata alle vele, preservandole dalle intemperie, e, contemporaneamente, rendere visibile l'imbarcazione in condizioni di precaria visibilità; la diversità dei colori veniva sfruttata per evidenziare le linee dei matafioni, favorendo così la manovra di riduzione delle vele dì notte, mediante i terzaruoli.
Dalla varietà dei colori e dei disegni, è sorta una singolare araldica scaturita dalla fantasia dei pescatori, che volevano distinguersi l'uno dall'altro; da Chioggia, dove essa è nata, si è poi diffusa lungo le coste del mar Adriatico

 

 

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